Ansia

ancora sui Disturbi d’ansia

Credo sia utile cominciare dal concetto di “debolezza dell’Io e delle difese” : gli individui esposti al panico si vivono come incapaci di modulare o di maneggiare le tensioni interne e gli stimoli esterni; con terrore, si ritengono incapaci di normali compiti evolutivi, specie se connessi con separazione ed autonomia. Inoltre essi hanno difficoltà a riconoscere le emozioni, compresa la rabbia, che sono temute come incontrollabili e perciò isolate ed allontanate. Di fatto, ciò li conduce a schermare difensivamente, e quindi a perdere, la funzione ansia-segnale esponendoli ad un passaggio non progressivo dall’insensibilità all’esperienza pervasiva e soverchiante. Tale condizione li porta ad uno stile difensivo caratteristico: questi pazienti esposti al rischio-panico tentano spesso di confermare ripetutamente a se stessi di essere forti, tenaci e sani. Usano difese contro fobiche e coltivano irrealistiche fantasie di indipendenza totale. Essi hanno paura di avere paura.

L’esperienza in sé del panico può costituire un trauma più o meno faticosamente mentalizzabile e funzionare come tale per molto tempo: essa può divenire un “oggetto fobico” da evitare nella memoria o, viceversa, da ricercare coattivamente in forme equivalenti (ad es. ponendosi periodicamente in situazioni di pericolo) per mettere alla prova la tenuta delle difese o per tentare un ri-approccio elaborativo al trauma.

In generale comunque la dinamica dell’attacco d’ansia non ha una specificità assoluta da un punto di vista psicogenetico e non sembra riconducibile ad un’unica forma esplicativa.

I fattori causali possono essere molteplici, più o meno come accade in campo medico per una puntata febbrile o per una sindrome collassiate: proprio l’eziologia varia e complessa ha indotto alcuni ricercatori, come Bria e Ciocca (1994), a preferire la dizione di “Crisi di panico” a quella di “Disturbo da attacchi di Panico” (Bria e Ciocca intendono cioè sottolineare l’individualità clinico-fenomenologica del sintomo panico, più che quella patogenetica).

Freud, in “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” ci porta un esempio illuminante sul funzionamento dell’ansia come segnale: “ … che la natura profonda di una massa consista nei legami libidici che in essa si stabiliscono è testimoniato anche dal fenomeno del panico, che va studiato soprattutto in riferimento alle masse militari: il panico sorge se masse siffatte si sgretolano! Esso è caratterizzato dal fatto che non si dà più retta ad alcun ordine del superiore e che ognuno si preoccupa soltanto per se medesimo senza tener conto degli altri”.

L’esperienza ci dice che il timore angoscioso viene provocato nell’individuo o dalla grandezza del pericolo o dalla cessazione di legami emotivi (quest’ultimo caso è quello dell’angoscia nevrotica). Torna quindi utile l’analogia propostaci da Freud: in un soggetto prossimo ad una crisi di panico i legami funzionali tra parti del Sé sono poco efficienti e in una condizione di scarsa coesione, proprio come in un esercito o in una equipe sportiva in cui si siano ritirati gli investimenti personali su una causa comune e si sia perso il senso integrato di unità funzionale.

Margareth Mahler (1968), a questo proposito, parlò di “panico organistico”: descrisse forme di angoscia di intensità estrema, con tendenza dell’Io alla disorganizzazione ed alla regressione. Nell’ottica della Mahler, incentrata sui processi di separazione/individuazione, il primitivo panico da separazione troverebbe la difesa specifica nell’instaurarsi di un’organizzazione simbiotica, con rappresentazioni di Sé e dell’oggetto poco differenziate e con il tentativo del bambino di indurre la madre a comportarsi come un’estensione del suo stesso copro; se tale difesa non può instaurarsi, il bambino può tendere al ritiro autistico. Eventuali disorganizzazioni della simbiosi comportano poi il rischio di ulteriori esperienze di panico, con angoscia di disintegrazione, perdita di senso di identità e dei confini del Sé.

Spostandoci sul vissuto dell’esperienza di panico, torna utile l’osservazione di Semi (1989): “L’evento traumatico è solitamente avvertito dal soggetto come una causa certa di morte, come segnale ultimo emesso dall’Io prima di essere sopraffatto. In altre parole, benché l’evento evidentemente non provochi la morte, la sensazione di morte segnala l’immediatamente seguente e transitoria eclissi dell’Io. Questo ci dice che, per l’Io, la morte è rappresentabile unicamente come la propria assenza”.

Possiamo osservare che l’elemento comune agli attacchi di panico, all’ipocondriae all’agorafobia (sintomi spesso associati in sindromi miste) sia la minaccia alla costanza e coesività del Sé, espressa dai pazienti come paura di non essere più se stessi o di andare a pezzi. Lo stato di fragilità e di potenziale frammentazione del Sé costituisce il vero nucleo psicopatologico sottostante: il paziente riesce ad avere un Sé “passabilmente coesivo” solo grazie a strutture difensive compensatorie. Se queste vengono indebolite, la coesione è perduta ed insorge il panico come esperienza di frammentazione interna.

Gli stati di panico hanno conseguenze a lungo termine mettendo in moto una regressione ad uno stato precoesivo ed evocando un acuto bisogno di “oggetti-Sé” appropriati a quel periodo dello sviluppo così precocemente turbato. Da questo tipo di pazienti (non solo da loro), il terapeuta viene sperimentato come un “oggetto-Sé” vitale per il mantenimento dell’integrità del Sé.

Vorrei chiudere con le osservazioni di Sullivan che, riferendosi soprattutto a situazioni di pertinenza psichiatrica, schematizzò 2 possibili esiti dopo episodi importanti e protratti di panico psicotico:

  • Lo spostamento su “colpa persecutoria” e “paranoia”

  • Uno stato regressivo durevole, che nel caso di una disintegrazione schizofrenica tenderebbe all’ebefrenia.

Pao, suo allievo, si occupò dei tentativi di auto-protezione della mente, descrivendo una sequenza psicotica in 5 fasi.

  • 1- Un conflitto insostenibile genera il panico
  • 2- Si produce una paralisi delle funzioni integrative dell’Io (che tengono insieme le parti dell’Io)
  • 3- Si attiva un tentativo di riorganizzazione dell’Io
  • 4- Ha inizio la formazione di sintomi (al fine di evitare il contatto diretto con l’angoscia)
  • 5- Si struttura un’organizzazione patologica del sé, con perdita relativa di precedenti livelli di funzionamento dell’Io, con conseguente deficit funzionale complessivo e non reintegrazione della personalità premorbosa.

In conclusione, potremmo ricapitolare gli spunti teorico-clinici passati in rassegna, evidenziando i seguenti aspetti:

  • 1- Un aspetto “idraulico” (Freud) che propone la genesi dell’angoscia come legata ad una sorta di “colica da ingorgo libidico”.
  • 2- Un aspetto da “corto circuito elettrico” in cui, per un aumento della tensione e per eccesso di stimolazione, come nei traumi, l’Io non è in grado di modulare gli input in eccesso.
  • 3- Un aspetto di “frammentazione e destrutturazione”, allorchè le strutture interne perdono i legami coesivi (prevalentemente libidici).
  • 4- Un aspetto “tossico”, quando l’apparato psichico è alle prese con esperienze o contenuti mentali quantitativamente incontenibili rispetto alla propria struttura e qualitativamente “indigeribili” rispetto alle proprie capacità trasformative.
  • 5- Un aspetto di “debolezza dell’Io”, che potremmo vedere come paura dell’autornomia, intolleranza alla dipendenza, intoccabilità degli affetti, che inevitabilmente conducono ad un’elevata vulnerabilità e che si associano a livelli edipici di grande conflittualità.

Queste condizioni rendono impossibile quel vissuto vitale di base che possiamo definire il FIDARSI DI SE’