Archivio di settembre 2010

L’arte dell’educare e …. dell’educarsi

“Non intendo erigermi a giudice dei pedagoghi, io stesso, per la mia pluriennale attività di insegnante e di educatore, devo considerarmi uno di loro […] Proverò solo a spiegare in che modo e in che misura il metodo della Psicologia analitica può tornare utile nella complessa arte dell’educare ”  – Carl Gustav Jung –

Nella complessità del tema, mi piacerebbe partire da un punto fermo: ci si educa a vicenda ! Questo è quello che mi restituisce la porzione di vita che ho vissuto, questo mi arriva dalla mia esperienza con i pazienti (dai quali imparo sempre moltissimo), questo mi dice il mio lavoro con insegnanti e genitori (penso, anche a quanto, io, come padre, ho imparato nell’educare mio figlio). La versione italiana de La Convenzione Internazionale per i diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, approvata dall’ONU nel 1989, recita: “I genitori hanno il compito di accompagnare i figli nell’avventura della crescita. Essi hanno diritto ad essere aiutati nell’esercizio del loro ruolo soprattutto quando incontrano difficoltà nel crescere ed educare i loro figli. Lo Stato rispetta le scelte educative dei genitori o di chi ne svolge temporaneamente le funzioni purchè siano orientate al rispetto e alla piena promozione umana dei bambini e delle bambine “.

Mi occupo da tanti anni di “promozione umana” ed ho sempre sentito forte la necessità di una definizione univoca di questo fondamentale concetto, una sorta di indispensabilità sociale che per promozione umana si senta, per il bene di tutti, la medesima cosa, si tenda alla medesima direzione. Sostenere, crescere, educare, promuovere: ma con quali modelli psicologici e pedagogici di riferimento? Con quale spiegazione del malessere di individui, famiglie, coppie, istituzioni (vedi la situazione attuale dell’istruzione in Italia)? Con quale prevenzione o sensibilizzazione? Qual è il fine sociale e il paradigma esistenziale dell’educazione e della cura? Sono tutte questioni fondamentali che orientano l’intervento sia legislativo, sia psicologico, educativo o psicoterapico, in una direzione o l’altra, producendo risultati anche opposti. La formazione degli adulti che si occupano delle nuove generazioni, dai genitori agli educatori in genere, si trova oggi in una situazione a dir poco confusa. E, comunque, in tutto questo panorama, si parla tanto di padri e madri reali, ma non si allude mai ad altro che non sia il loro ruolo. Non si parla della formazione del soggetto di questo ruolo, della sua individualità e unicità, del processo d’individuazione che si intreccia con l’essere diventato genitore (o dell’essere comunque un educatore) e del significato di questo evento.

I figli trascorrono normalmente poco tempo con i genitori reali e molto di più con i loro sostituti. Non è corretto, quindi, attribuire tutte le colpe a padri e madri anagrafici, per le difficoltà o sofferenze dei loro figli. Potremmo, allora, rispondere dicendo che esiste un genitore rappresentato collettivamente che risulta del tutto inadeguato, essendo stata gradualmente destituita la sua funzione a favore di altri agenti educativi – scuola, società, stato, sostituti – e a favore di altre funzioni predominanti per la sopravvivenza nella nostra società, come il lavoro, le acquisizioni materiali, l’affermazione sociale. Un genitore destituito non può risultare del tutto responsabile di un ruolo che non gestisce completamente. Confermo che il genitore reale non è tanto assente, come viene definito da più parti con un’ombra di rimprovero, quanto incrinato, depotenziato da una visione collettiva idealizzata, che vorrebbe essere democratica e autorevole – quella della “società senza padri” a cui si voleva giungere negli anni della contestazione – ma la quale, non essendo ancora abbastanza matura per questo, scivola continuamente all’indietro, come l’adolescente indeciso che chiede limiti mentre li vuole trasgredire. Si fa, naturalmente, riferimento alla società occidentale, post-industriale.

La categoria degli Psicologi e Psicoterapeuti dovrebbe domandarsi come mai, i preziosi contributi di tanti autori che si sono soffermati sulle relazioni primarie, sul rapporto genitori – figli, sia dal punto di vista della rappresentazione interna, soggettiva, sia su quello della realtà e dell’ambiente esterno (persone, spazio, gruppi) non corrisponda ad un miglioramento generale della qualità di questo rapporto basilare. Sembra che sia stata recepita l’idea, ma essa non risulta trasformativa. E’ come se il sapere non circolasse dove dovrebbe, nei contesti dove si formano educatori, insegnanti, coloro che a loro volta conducono le generazioni di futuri genitori e insegnanti, oppure non è un sapere efficace pur essendo conosciuto. In questa luce, l’evento psicosomatico, sempre più diffuso, continua ad essere un segno, una traccia nello scenario collettivo, nel corpo sociale, di quel legame indissolubile tra le generazioni, oltre che un sintomo dell’integrità ferita degli individui, un segno profondo e totale, un’impronta che guida un possibile percorso di ricomposizione, come avviene nelle singole storie personali di ciascuno di noi.

Molti giovani cercano al di fuori delle famiglie un modello dinamico evolutivo, un maestro di vita, un punto di riferimento che li aiuti ad incanalare le loro energie in un cammino di autorealizzazione. Ricordiamo il simbolismo della “Uccisione dei Maestri” perché ogni modello, per essere valido deve essere anche temporaneo e non creare situazioni di dipendenza psicologica, lasciando al giovane la responsabilità di possedersi ed autogestirsi. Lavorando su un’interpretazione simbolica della figura paterna, possiamo fare riferimento ai Patriarchi che assommavano in sé le qualità di padre, sacerdote e Re: come lo spirito vivifica la materia, così il padre genera i figli, ma come lo spirito continua la sua opera sulla materia istante per istante, così il padre continua a dare la vita ai figli minuto per minuto, non solo ponendosi come punto di riferimento ma anche irradiando a livello energetico sui figli il proprio amore e la propria esperienza di vita. Anche  a proposito della figura materna esiste un denso simbolismo ed anche qui non sarà inutile ricordare che oltre ai vissuti personali esistono vissuti dell’inconscio collettivo che stimolano certi processi non necessariamente legati alla madre reale. Infatti il simbolo archetipico della “Grande Madre” appartiene a tutte le epoche e a tutte le culture ed agisce non a livello affettivo, bensì ad un livello molto più profondo, alle origini dell’energia vitale che trova la sua base sul piano biologico. Questo richiamo agli archetipi ci aiuta a comprendere quale debba essere la funzione genitoriale, evitando quell’inversione dei ruoli che spesso si verifica nella famiglia moderna e che costituisce una causa di squilibrio ed un ostacolo alla normale crescita dei figli. I genitori infatti sono soprattutto maestri di vita ed hanno il non facile compito di favorire nel figlio l’esperienza dell’Io. Nessuno nega che il compito sia arduo, ma è anche vero che di solito esso viene svolto assai al di sotto di quelle che sono le possibilità dei genitori e ciò spiega perché sempre più spesso si crei un muro di incomunicabilità ed i figli vadano alla ricerca di figure sostitutive. Subentra qui un discorso di carattere pratico, perché il genitore molte volte abdica alla sua funzione non per cattiva volontà o per mancanza di amore, ma perché non si sente all’altezza della situazione.

In un mio precedente lavoro sulla funzione genitoriale ho provato a segnare una via, una direzione utile per l’arduo compito di chiunque si trovi nella scomoda posizione di educatore: Non farsi spaventare sul come educare: tutti hanno delle paure, delle remore su quest’argomento! Non cercare la soluzione già pronta ad un problema educativo: ogni volta bisogna trovare delle risposte adatte alla situazione. La parola d’ordine è “COERENZA”. Le regole sono importanti, anzi necessarie, ma devono essere alla portata di chi le deve rispettare. Le regole vanno spiegate con chiarezza e con i figli più grandi possono essere concordate. I limiti servono, ma bisogna accettare che possono essere trasgrediti. L’obbedienza va richiesta ma non può essere un fine educativo. Non serve fare il tiro alla fune, meglio dialogare e cercare di mediare. E’ importante esprimere il proprio disappunto se ci sono infrazioni. Ascoltare senza fretta i figli e non solo le parole che essi ci dicono, ma anche come ce lo dicono (il linguaggio non verbale è importantissimo). Accettare la loro collera e i sentimenti negativi verso di noi. Dare ascolto alle loro ansie, paure e preoccupazioni. Comunicare con coerenza ed essere chiari nei messaggi. Le approvazioni servono a dare sicurezza, a far crescere la fiducia in se stessi, ma non devono essere eccessive, insistenti, esagerate. Le frustrazioni hanno la funzione di mettere dei limiti, allora bisogna anche saper dire di no quando è necessario. Le punizioni fisiche e le offese, anche quelle verbali, non sono mai educative. Le umiliazioni finiscono, infatti, col risultare sempre deleterie.

In ambito universitario, nelle facoltà di Psicologia e di Scienze della formazione, dove ho insegnato per anni, sembrava che qualsiasi analisi e problematicizzazione dei processi di apprendimento e comunicazione fosse superflua: era come se agli studenti non dovesse giungere niente di diverso dal contenuto della disciplina insegnata. Io ho invece sempre sentito con chiarezza che, ad ogni passo e in ogni momento, ci si educa a vicenda. In quel contesto, seppur educativo, sembrava sempre poco opportuno mescolare il nostro essere di persone con il nostro sapere di docenti. Oggi la definirei una relazione di “schizofrenia universitaria”, quella che consente al docente di lavorare essenzialmente sul versante scientifico, deprivando l’allievo di un po’ d’incoraggiamento, di spinta ad una maggiore autostima, di relazione emotiva, di anima, di consapevolezza, trascurando che il mondo esterno ha valore e senso solo se si dà spazio, in esso, al nostro mondo interiore. Mi sono occorsi ben dieci anni per capire con chiarezza tutto questo: solo col tempo, attraverso alcuni miei seminari, ho acquisito la consapevolezza che si poteva convogliare il saper ascoltare i giovani nell’area dell’educazione. Osservai allora che, in quelle occasioni, i futuri educatori e psicologi potevano scaricare le ansie, le frustrazioni, i dubbi e le fatiche dell’essere figli, oltre a ciò che comporta l’essere studenti. Loro avevano avvertito ed io com-preso che un approccio anche di “solo” ascolto attivo, poteva aiutarli a pensare, prima di discutere e cercare, tra loro e col docente, nuove strategie possibili perché si concedessero di essere ciò che veramente erano. Una maggior consapevolezza li guidava non solo a rivedere le relazioni interpersonali (anche familiari) e a sapersi meglio adattare alle esigenze delle situazioni di vita vissuta, ma anche a sviluppare una diversa e migliore dedizione allo studio, con un maggior rendimento scolastico.

Jung diceva: ” Il processo che vede il formarsi progressivo della coscienza è una sorta di meccanismo di emersione della stessa dall’inconscio (come una nuova isola dal mare). Ebbene, questo processo noi lo possiamo favorire con l’educazione e la formazione scolastica. La Scuola non è nient’altro che un mezzo per favorire il processo di formazione della coscienza in modo appropriato. La cultura è quindi la massima consapevolezza possibile. Non ho nessuna difficoltà nell’affermare che senza la Scuola i ragazzi rimarrebbero inconsapevoli”. Consapevolezza significa coscienza, attimo dopo attimo, senza giudizi, si coltiva raffinando la nostra capacità di prestare attenzione intenzionalmente al momento presente mantenendola al meglio nel tempo. Nel farlo stabiliamo un contatto sempre più diretto con la nostra vita. Di solito giudichiamo tutto ciò che sperimentiamo formando opinioni rapide e spesso non meditate in base a ciò che ci piace e non ci piace, a ciò che vogliamo e non vogliamo. La consapevolezza fornisce (anche) al genitore una metodologia potente e una struttura psichica più opportuna per prestare attenzione a ciò che facciamo in ogni circostanza, per vedere oltre il vero delle sensazioni e dei pensieri automatici, fino ad una realtà più profonda. L’autonomia si conquista quando si liberano o si recuperano tre capacità: consapevolezza, spontaneità e intimità (Berne 1964, p. 205). La persona consapevole è viva perché sa che cosa prova, sa dove si trova e quale momento vive. Consapevolezza significa, infatti, capacità di sentire cantare gli uccelli a modo nostro e non come ci hanno insegnato! Spontaneità significa scelta, libertà di selezionare uno dei sentimenti disponibili; significa liberazione dalla coazione dei giochi e dal dominio dei sentimenti che ci sono stati inculcati. Intimità significa franca ed immediata espressione di sé.

E’ durante l’infanzia che si giocano questi fondamentali equilibri: l’infanzia modella significativamente la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo e la nostra storia inevitabilmente influenzerà noi, il nostro modo di vedere i figli, le cure che forniremo loro e il nostro modo di aiutarli nel processo di socializzazione. Da genitori (e da educatori), tutti noi tendiamo a mantenere le nostre opinioni, qualunque esse siano, spesso inconsciamente, come se fossimo prigionieri di un potente incantesimo. E’ solo quando diventiamo consapevoli di come siamo stati plasmati che possiamo estrarre ciò che è utile, positivo e arricchente dal modo in cui siamo stati educati e superare quegli aspetti che invece sono stati distruttivi e limitanti.

Per più di trent’anni Jung si è occupato delle complesse questioni che riguardano l’educazione e in uno dei suoi primi trattati sul tema spiegava il complesso incontro tra la Psicologia analitica e i processi educativi: “Mi accingo ad illustrarvi i rapporti tra i dati della Psicologia analitica e i problemi dell’educazione. Non sarà semplice perché la Psicologia analitica è un metodo di cui non si può presupporre che sia conosciuto da un largo pubblico e quindi di non facile presentazione nella sua applicazione ai problemi dell’educazione (problemi che riguardano un grande pubblico)” (Jung, 1926, vol XVII, p. 49). La sua analisi continuava nel modo seguente: “Vorrei cercare di esporre brevemente gli aspetti fondamentali della Psicologia analitica utili per la valutazione della psiche del bambino in età scolare. Vi invito a far maturare a lungo dentro di voi le idee e  i concetti che vi proporrò prima di applicarli nella prassi dell’ambito educativo: l’approfondita competenza psicologica dell’insegnante non dovrebbe, infatti, mai riversarsi direttamente sull’allievo, come purtroppo accade, ma deve invece servire in primo luogo all’insegnante, per acquisire una reale disponibilità verso la vita psichica e i processi di apprendimento del bambino. Queste nozioni sono quindi per le persone adulte e non per i bambini, che hanno invece bisogno solo di cose elementari” (Jung, 1923, vol XVII, p. 50).

Come è facilmente intuibile da queste prime battute dell’analisi del tema “educazione”, Jung, senza indulgere alla retorica dei grandi principi, afferma che la migliore educazione nasce dall’esempio “contagioso” di chi riesce, sia pure con sofferenza, a far luce nella propria psiche, accogliendone anche i lati più oscuri, senza essere costretto, come spesso purtroppo accade, a proiettare i propri complessi inconsci su quello schermo vergine che è ogni bambino. A tal proposito, scrive: “L’errore più grande che un educatore possa commettere è quello di aspettarsi dai propri allievi che facciano bene ciò che lui stesso ha fatto male! Succede troppo spesso che un insegnante porti con sé, in aula, le proprie illusioni e le proprie ambizioni irrealizzate, finendo così con l’indurre gli allievi ad assumere una parte che non è in nessun modo la loro […] il miglior metodo educativo consiste quindi nel fatto che l’educatore stesso sia educato e che provi su se stesso, per tastarne l’idoneità, le saggezze psicologiche che gli sono state fornite dalla sua scuola. Finchè continuerà in questo suo sforzo con una certa intelligenza e con pazienza, non sarà, probabilmente, un cattivo educatore […] Infine, ogni educatore, non dovrebbe mai smettere di chiedersi se ciò che insegna abbia anche seriamente cercato di realizzarlo in se stesso e nella propria vita”. Prosegue dicendo: “Il compito dell’insegnante è assai complesso, non è solo quello di inculcare meccanicamente un programma scolastico ai bambini, ma anche di influire su di loro con la sua personalità. Quest’ultima funzione è importante almeno quanto l’attività didattica, se non ancora di più. Direi che il “buon esempio” è sicuramente il metodo didattico migliore. Il compito dell’educazione scolastica è quello di introdurre il bambino nel più vasto mondo esterno, integrando così l’educazione dei genitori  […]. Ciò che conta veramente nell’educare non è con quale bagaglio di nozioni si esce dalla scuola, ma che la scuola sia riuscita a sciogliere il giovane dall’identità inconscia con la famiglia e a renderlo consapevole di sé. Senza questa consapevolezza, infatti, egli non saprà mai che cosa voglia veramente, ma resterà sempre in una condizione di essere poco riconosciuto ed oppresso. Il raggiungimento di tale obiettivo passa per l’educazione / formazione dell’educatore e non per l’applicazione di questo metodo direttamente sul bambino. Il segreto consiste quindi nel curare l’educazione dell’educatore (una sorta di “metodo indiretto”) […] . L’educatore deve sempre tenere a mente che il bambino è un essere umano “in balia dei propri genitori”, senza aiuto, ed è costretto a riprodurre, come la cera il sigillo, l’autoinganno, la falsità, l’ipocrisia, il timore vigliacco. L’unica cosa che possa preservare il bambino da eventuali danni è lo sforzo degli adulti preposti alla sua educazione di non schivare le difficoltà della vita con manovre di simulazione o con l’abilità di rimanere in stato di incoscienza, ma invece di accettarle come dei compiti, col massimo possibile di onestà davanti a sé stessi, tentando accuratamente di far chiaro proprio negli angoli bui ………..  Il problema non è quindi che gli adulti non commettano errori – sarebbe umanamente impossibile – ; ciò che conta è che essi li riconoscano quali errori. Riconoscerli non corrispondere a far cessare la vita (non è una catastrofe!), interrompe invece la nostra incoscienza. Ricordiamoci che ognuno è “EDUCATORE” dei suoi simili, nel bene e nel male. Perché così è fatto il legame morale tra gli uomini, che “la guida conduce i seguaci e che i seguaci seducono la guida”. Ad ogni passaggio l’autore ci ricorda che, in un processo educativo, saremo sempre al cospetto di una costante: una relazione tra due esseri umani (l’adulto o educatore e il giovane educando), uno dei due molto più avanti nel suo processo di consapevolezza (l’educatore) che, col suo porsi, ha una funzione “maieutica” sul medesimo processo, ancora in nuce, presente già nell’educando. Proprio per questo (per la “delicatezza” e la complessità degli equilibri di tale incontro, Jung, parla dei rischi presenti in ambito educativo: “[…] per un bambino non c’è sciagura più grande che quella di avere un padre o un educatore che lo seduce, in luogo di un padre o un educatore che lo conduce! “; e continua dicendo: “L’educatore non dovrà mai dimenticare che ogni individuo è una combinazione nuova e unica nel suo genere di elementi psichici, la ricerca della strada giusta dovrà, ogni volta, ricominciare da capo con ogni nuovo allievo, perché ogni caso è INDIVIDUALE e non può essere dedotto da nessuna serie di formule o premesse generali”.

Dott. Mario Mengheri

Dott. Giacomo Coppola