Archivio di novembre 2010

Non è facile riassumere in poco tempo tutto ciò che il concetto di disturbi alimentari nell’adolescenza suscita nell’immaginario collettivo e personale di chi, genitore, insegnante, medico, si occupa o è a contatto con questo periodo di vita di un individuo. Ben si conoscono tutte quelle modificazioni del comportamento alimentare che gli adolescenti, in modo più o meno improvviso, presentano: tutto può essere rimesso in discussione, sia il modo in cui vengono consumati i pasti, sia la loro quantità, sia la natura dei cibi, tanto che alcuni sono totalmente banditi ed altri assolutamente indispensabili.

Anche attraverso le nuove condotte alimentari sembra che l’adolescente cerchi di arginare l’angoscia improvvisa, di fronte alla quale è spesso disarmato generata dai cambiamenti che l’adolescenza appunto, porta inevitabilmente con sé.

Il corpo è l’oggetto privilegiato su cui questa angoscia può fissarsi e queste innovazioni nella gestione della fame, dei gusti, delle quantità, rappresentano i tentativi maldestri del riappropriarsi di questo corpo, di controllare i propri bisogni. Quando questi tentativi sono estremizzati si parla allora di obesità, anoressia, bulimia.

Quando parliamo di corpo ci riferiamo ad un insieme di aspetti: al corpo anatomico, all’insieme delle sue funzioni vitali, ma anche al corpo-identità, a ciò che fa sì che noi ci riconosciamo e che ci si riconosca, ai parametri che rendono possibile questa identità e tale identificazione, alle rappresentazioni inconsce del corpo, cioè all’adattamento o al mancato adattamento di sé con se stessi, le cui motivazioni sfuggono così spesso alla coscienza.

Nell’adolescenza, e ancor prima nella pubertà, il corpo è in effetti proprio quell’oggetto estraneo e strano che nel giro di pochi mesi subisce una mutazione profonda. Il lavoro di riconoscimento prima e di appropriazione, poi, di questo corpo-contenitore, spiega il fatto che molte condotte in questo periodo passano attraverso il “linguaggio del corpo”.

L’adolescenza può essere definita come un tempo e come un lavoro: tempo psichico, psicologico e socioculturale della pubertà; lavoro di integrazione dei nuovi dati che la pubertà inaugura nella storia del soggetto (si è soliti indicare l’inizio della pubertà in coincidenza con la comparsa del menarca, nelle ragazze , e della prima eiaculazione nei ragazzi).

I fattori endocrini di tale periodo sono: 1) la maturazione dei caratteri sessuali primari, che permette la funzionalità degli apparati sessuali anatomici; 2)la comparsa dei caratteri sessuali secondari, associati a modificazioni morfologiche. Essi sono il punto di partenza per arrivare ad un corpo sessuato ed al cambiamento psichico che caratterizza l’adolescenza.

Disorganizzazione e regressione sono i sintomi normali, manifestazioni caratteristiche, ed in questo senso organizzatrici, dell’adolescenza. Si possono riassumere nel concetto di disarmonia, che ben rinvia alla rottura degli equilibri precedenti e al carattere problematico dell’evoluzione successiva. Con la pubertà subentrano i cambiamenti che debbono condurre la vita sessuale infantile alla sua definitiva strutturazione normale. Finora la pulsione era prevalentemente autoerotica. Ora trova l’oggetto sessuale. Finora operava partendo da singole pulsioni e singole zone erogene che cercavano indipendentemente un dato di piacere come unica meta sessuale; ora si dà una nuova meta sessuale, al raggiungimento della quale collaborano tutte le pulsioni parziali, mentre le zone erogene si sottomettono al primato della zona genitale (S. Freud 1905). Durante l’adolescenza corpo pubere e psiche infantile formano un soggetto diviso. Il giovane si chiede se le sensazioni che egli prova nel suo corpo pubere gli appartengono oppure arrivino dall’esterno, se ciò che sente è normale o meno. L’adolescente, un pò come il lattante, fà fatica a distinguere l’interno dall’esterno, ciò che prova lui da ciò che provano gli altri. La sua aggressività, “odio”, sono spesso attribuiti all’interlocutore (familiari, insegnanti, amici ecc.) il che indica la sua incapacità di contenere gli affetti e identificarli. Il corpo è il luogo del conflitto interno, è il rappresentante e testimone del conflitto. E’ contro di lui che vengono attivate le difese di cui il giovane dispone, in un tentativo di controllo del cambiamento, che è espressione della paura di crescere e del desiderio di restare bambini. Il ragazzo si troverà, dunque, a dover affrontare un secondo processo di separazione-individuazione nel quale dovrà compensare le perdite, trovare nuovi punti di riferimento, eleggere nuovi oggetti d’interesse e d’amore; e questo lo potrà realizzare se avrà sufficiente fiducia in sè stesso. Servirà un lungo periodo di familiarizzazione per ricostituire un’immagine, per riconoscersi, e perchè emerga e si consolidi un sentimento d’identità e continuità con la storia infantile, eppure in rottura con essa. Ci vorrà un periodo altrettanto lungo perchè la stima di sè, il narcisismo, l’amore che l’adolescente si porta “dentro”, ma anche il suo senso di sicurezza e la sua certezza di esistere si ricostituiscano. E’ palese che si tratta di un periodo “a rischio” della vita di ogni giovane in cui il “terrore” di ingrassare e di diventare obesi si può insinuare ed andare a costituire, in pratica, l’esperienza fondamentale che scatena l’anoressia e/o bulimia. Questo può avvenire perché la grossezza ha assunto significati simbolici nelle società occidentali contemporanee che l’associano a gravi problemi di salute ma anche di carattere. Ad essa cioè si attribuisce tutto ciò che è visto come sconveniente e tutti gli attributi considerati riprovevoli quali l’adolescenza, la pigrizia, sciatteria auto-indulgenza. Se nell’aspetto rubicondo possono essere riconosciuti elementi di bonarietà, tranquillità, disponibilità esso rimanda comunque all’incapacità del controllo di sé, mancanza di obiettivi, di stimoli al successo e conseguentemente al non poter essere desiderati positivamente dagli altri: tutto ciò che un adolescente non vuole per sé, quindi meglio magri, anzi magrissimi! Spesso, allora, comincia una dieta che all’inizio non è diversa da analoghi tentativi di altri adolescenti di perdere peso. Data però la particolare vulnerabilità dei processi di pensiero di un soggetto con disordini del comportamento alimentare, che spesso cela una grossa insicurezza e mancanza di fiducia nelle proprie risorse personali, il fatto di sottoporsi ad una dieta genera un forte senso di autocontrollo con ripercussioni interiori e sociali profonde. Interiori, perché dà un senso di padronanza ed euforia ad un individuo che prima si sentiva troppo spesso debole ma anche depresso e vuoto. Sociali, perché, in una cultura che valorizza la magrezza, il raggiungimento di una tale forma corporea, costituisce un trionfo.

Vi è inoltre una soddisfazione secondaria che l’anoressica raggiunge con questo comportamento. Infatti in una situazione in cui ella potrebbe sentirsi depressa, senza che questo non possa apparire come un fattore legato all’età, il rifiuto del cibo richiama negli altri una risposta intensa, afferma cioè la sua presenza in un modo che non può più essere ignorato: s’instaura cioè una sorta di manipolazione della famiglia e dell’ambiente sociale d’appartenenza proprio tramite i suoi sintomi. Una volta in corso l’anoressia ha uno sviluppo caratteristico come malattia. Quando la dieta si trasforma in digiuno e riduce alla fame vera e propria, vi è una sempre maggiore riduzione delle normali attività e relazioni personali ed un’intensificazione di un regime di esercizio fisico costante. C’è l’ossessione per il cibo, per i farmaci dietetici, per i calcoli delle calorie e della propria immagine riflessa allo specchio. All’inizio c’è una sorta di euforia, simile a quella che raggiungono coloro che devono astenersi dal cibo per reali problemi di salute o a quella dei mistici. E’ generalmente un periodo breve tuttavia perché più cresce l’astensione dal cibo, più interviene e diventa dominante un senso di profonda depressione. La perdita di peso consistente sarà allora giustificata con ogni mezzo a disposizione: non è raro il ricorso a metodi ingegnosi per eliminare il cibo o per nascondere spaventosi livelli di dimagrimento sotto vestiti comodi o, ancora, l’uso di messi indiretti, per esempio il bere acqua per gonfiare il proprio peso prima di controlli medici. L’anoressica non si limita ad ingannare gli altri ma, in certa misura, è capace di convincere se stessa che va tutto bene e non si è mai sentita meglio. Forse solo l’alcolismo è così invariabilmente accompagnato dalla convinzione della propria buona condizione. Per molti aspetti l’anoressia ricorda la condizione del tossicomane poiché come in questa condizione vi è una grossa dipendenza e una preoccupazione ossessiva per un comportamento (che in questo caso è il rifiuto del cibo), e il ricorso sistematico alla negazione e all’inganno per mantenere l’apparenza.

Sebbene nelle prime fasi della malattia in qualche caso, l’anoressica riesca ad uscire dalla situazione in cui è precipitata, nella maggioranza dei casi la famiglia resta intrappolata in una spirale di negazione e collusione involontaria che spesso la porta a negare il problema.

Quando parliamo di sindrome anoressico-bulimica non possiamo esimerci dal considerare come presupposto di base, più o meno evidente, l’implicazione dell’ambiente familiare. Tuttavia risulta spesso assai complicato avvicinarsi ed aprire un varco in quel muro, spesso e coeso, che è la posizione dei genitori rispetto al rapporto con la propria figlia. L’angoscia per la situazione attuale costituisce, infatti, uno degli intoppi per poter volgere lo sguardo a ciò che è realmente accaduto nel processo di crescita del bambino/a.

Ogni parvenza di conquista chiarificatrice viene rimessa in discussione, supportata da una fitta rete di dubbi, perplessità, ritiri emozionali dietro al confronto con amici, conoscenti o con il “sentito dire” che delinea situazioni totalmente diverse dalla propria. Il punto di ritiro sulle vecchie convinzioni spesso è dovuto all’assenza di fatti eclatanti che hanno caratterizzato la vita familiare. Malattia è uguale a trauma evidente o evidenziato su qualcosa di concreto, tangibile. Altrimenti tutto è oscuro, incomprensibile, forse dovuto al “carattere”della persona in causa. L’adolescente si trova nella situazione di dover cercare un percorso che disegni – e non designi! – una nuova strada, un diverso modo di entrare in relazione con l’altro. Ma il nuovo è necessariamente legato al vecchio, così come il presente al passato, ed è impensabile poter procedere senza agganciarsi a ciò che è stato. Ciò che bisogna tener presente è che non si possono “comprendere” le persone indipendentemente e separatamente dalle loro relazioni con le persone più importanti e significative della loro vita.

Ci sono, infatti, significanti e significanti che viaggiano ad un livello trigenerazionale!