Archivio di luglio 2011

Il Padre e lo sviluppo psicologico dei figli

L’apporto fondamentale e insostituibile del padre nella crescita e nello sviluppo

dell’autonomia del bambino

 

Palazzo Bomben 17 maggio 2011

Psicoterapeuti Relatori

Isabella Beraldo – Giacomo Coppola

Il 17 maggio scorso, nella sede trevigiana della Fondazione Benetton, lo studio di Psicologia e Psicoterapia Eos, ha presentato una serata a tema sul ruolo che la figura del padre ricopre nella crescita e nello sviluppo dei figli; un apporto a dir poco fondamentale che si snoda dal concepimento all’uscita dall’età adolescenziale.

I punti trattati hanno dato lettura di questa relazione passando prima dal rapporto madre-bambino, per arrivare fino alle differenze tra le due figure genitoriali e come queste incidano in modi diversi sullo sviluppo della personalità del figlio.

Prima di entrare nello specifico delle argomentazioni trattate è necessario soffermarsi sulle ragioni che hanno fatto da sfondo al Seminario, ovvero l’aver constatato come nel disagio dell’infanzia sia rintracciabile sempre più l’assenza del padre simbolico.

Negli studi privati come nel servizio pubblico, infatti, le richieste di sostegno terapeutico sono in aumento e coinvolgono bambini e bambine nella cui storia familiare si rintraccia spesso un’assenza paterna grave ed incisiva. Padri assenti non solo fisicamente ma anche simbolicamente, padri che non trovano sostegno nelle partners né per far valere questa paternità simbolica né per salvaguardare questo sacro spazio.

Il padre e la madre, dunque, sono figure fondamentali che portano elementi diversi e apparentemente discordi nella vita dei figli, elementi che invece, in un gioco di collaborazione e di armonia, conducono il bambino ad uno sviluppo psicologico soddisfacente.

La madre rappresenta prima di tutto sopravvivenza fisica e psicologica; dal concepimento il bambino sopravvive come tutt’uno con il ventre materno che soddisfa ogni bisogno di crescita, dopo la nascita invece questa relazione di bisogno reciproco prende le forme di una necessaria simbiosi che permette al piccolo di vivere e di relazionarsi alla mamma.

Questo rapporto totalizzante mostra risvolti importanti anche nello sviluppo psico-affettivo del fanciullo che, accolto nei suoi bisogni immediati, pone le basi per la propria sicurezza, per la propria serenità, iniziando ad amare se stesso e per conseguenza gli altri.

Il bambino quindi vive in una bolla di soddisfazione totale: la madre è per lui fonte di godimento indifferenziato. Quando però si esce dall’ambito della pura sopravvivenza le cose cambiano, la natura mette il bambino in condizione di operare un distacco dalla propria madre (fine dell’allattamento, dentizione, deambulazione, sviluppo del linguaggio, comportamento sociale …) per cominciare a muoversi nel mondo. La rottura della simbiosi permetterà la nascita di capacità nuove e funzionali allo sviluppo persona.

Tenendo ben presente quanto appena accennato riguardo al ruolo materno, si comprenderà meglio ciò che di differente porta con sé la figura paterna, quel padre simbolico che oggi sta scomparendo con effetti importanti e devastanti sulla crescita dei ragazzi.

Il primo atto fondamentale del padre è la trasmissione del nome al proprio figlio; nel nome infatti il bambino può riconoscersi, può ricostruire la propria storia, rintracciare le radici della sua appartenenza. Senza nome non c’è identità, mentre l’origine materna è nel ventre, quella paterna è nel nome.

Ma ecco, il dono più grande che un figlio può ricevere dal padre è la separazione, il taglio, una sorta di iniziazione alla vita. Si tratta del taglio della simbiosi madre\bambino, si tratta di prendere simbolicamente per mano il proprio figlio per guidarlo nel mondo, per portarlo fuori dall’infanzia traghettandolo nell’età adulta. Il padre, come terzo, deve entrare nell’idillio madre\figlio retto da un bisogno reciproco, e dire il suo no: “ Non siete una cosa sola”.

Questo è il ruolo simbolico che oggi il padre stenta a ricoprire, il ruolo di colui che provoca la prima di tante frustrazioni della vita per iniziare il figlio alla separazione, alla rinuncia e al dolore. Passaggio traumatico, questo, che permetterà alla persona in crescita di affrontare le perdite che l’esistenza gli porrà di fronte. Se il padre si tira indietro, se si rifiuta di ricoprire tale ruolo e di prendersi questa responsabilità, i figli affronteranno il domani senza limiti, credendo che il dolore non esista, che la vita non comporti sofferenze e di conseguenza non le sapranno affrontare.

Dove manca il “padre del limite” manca qualsiasi regola, tutto è caos indifferenziato, il bambino non esce dal ventre materno, non mette in atto la necessaria separazione perché divorato dall’angoscia del non poter più ottenere tutto.

Grazie al limite paterno il bambino esce dall’involucro che lo cullava nei bisogni e scopre altre direzioni oltre sua madre, scopre di non poter avere tutto e si libera dall’irrequietezza divorante, il piccolo che non vive il limite e la regola diventa incontrollabile per mancanza di contenimento, non ha uno spazio e un tempo organizzati così sfida l’adulto per ottenere un’azione regolativa che plachi la sua angoscia.

Alcune patologie dell’infanzia come l’ADHD ( Sindrome da Deficit d’Attenzione e Iperattività) dilagano nel mondo occidentale perché la società ha rimosso la ferita, tenta di vivere come se il dolore non esistesse, di conseguenza non limita i propri figli per non dare loro delle frustrazioni che potrebbero ferirli. La realtà clinica odierna invece racconta come l’assenza di frustrazione stia minando lo sviluppo dei minori ponendo le basi a disagi e patologie a volte molto gravi quali dipendenze da sostanze o da alcool, disturbi alimentari, obesità, disturbi d’ansia, disturbi della sfera affettiva, aggressività, violenza, fino alla psicosi.

Oggi madri e padri sono pronti a eliminare il dolore, l’insuccesso e il trauma prima che il figlio ne abbia solo sentito l’odore, questo corrisponde a tornare nel sicuro ventre materno e, di certo, non a vivere da adulti nel sociale. E’ necessario che i genitori accettino per primi la separazione e la ferita senza colmare i vuoti dei figli ma facendoglieli vivere soggettivamente garantendo sostegno e amore.

L’appello al padre è che torni a nominare i figli in quanto uomini e in quanto donne, a far sì che il suo sguardo (utile alla crescita) e la sua mano (utile al senso di sicurezza) possano essere presenti  nelle fasi più delicate della vita dei figli.

Il lavoro sulle conseguenze dell’assenza del padre richiede uno sforzo di analisi per cercare di capire di che tipo di assenza si tratta: l’esperienza dell’assenza può avere sfumature diverse nel vissuto dei figli e queste differenze portano a strutturare difese diverse, sintomi diversi, modi (di stare in relazione) diversi. Torna utile a riguardo riuscire a differenziare tra “assenza”, “perdita” e “mancanza”. La perdita, a differenza dell’assenza, ha il carattere del definitivo; la mancanza, diversamente dalla perdita, non lascia grandi possibilità di elaborazione della rabbia. Queste ed altre sfumature permettono di capire, lavorando “sul negativo”, quale sia l’importanza del ruolo del padre!

Un grande spunto, per poter affrontare questi temi più a fondo, è stato dato dalla questione degli affidi e dall’analisi degli aspetti che bisogna affrontare per tutelare i figli nella separazione dei genitori. Sono stati esposti i concetti base su cui si basa il lavoro dello Studio EOS nel delicato ambito delle separazioni e degli affidi (C.T.U. e C.T.P.), cercando soprattutto di districare la complessa questione della “bi-geniotrialità” davanti alla quale, dal 2006, la legge sull’affido condiviso ci ha messo. Questo tipo di riflessione si è rivelata necessaria alla luce dell’obbligo a presentare, in allegato all’istanza di separazione, un “progetto educativo genitoriale” (a garanzia di un’equa ripartizione dei periodi di permanenza del minore presso ciascuno dei due genitori).

Per affrontare questo tipo di problematiche lo Studio EOS ha dato vita ad un “Servizio per la garanzia del diritto/dovere al Coordinamento Genitoriale Obbligatorio”.

Il Servizio si basa sull’evidenza che un eccesso di utilizzo dell’azione giuridica contro l’altro genitore non è altro che la manifestazione di un “disagio genitoriale” che denota l’incapacità di coordinarsi e dialogare con l’altro genitore. Opera quindi per mettere la coppia nelle condizioni di assumersi la responsabilità di parlarsi e di gestirsi in modo autonomo i problemi genitoriali. Nasce sul modello dei “Servizi di peacekeeping” esistenti in molti Paesi del Nord Europa e l’obiettivo primario del “terapeuta-coordinatore” è quello di indirizzare la coppia perché l’autogestione si possa realizzare.