Mi contatta la D.ssa B. perché mi ha inviato una paziente (noi chiameremo Elisa, nome di fantasia). Elisa è una ragazza di 23 anni inviata dalla D.ssa perché molto preoccupata per la sua salute: è decisamente sottopeso, rifiuta il cibo e l’acqua.

Quando Elisa arriva nel mio Studio ciò che mi colpisce maggiormente è il suo aspetto: è una ragazza di 23 anni, ma appare come una ragazza di 13, è molto minuta, intimidita e scompare e sprofonda nella poltrona. Quando parla la sua voce è infantile, stridula e sgraziata.

Da quel primo incontro ne seguiranno molti altri: incontri in cui la fiducia cresce pian piano ed Elisa si apre e muove i suoi passi.

Non amo le categorie diagnostiche, ma servono per capire di cosa si sta parlando: Elisa presenta un Disturbo del comportamento alimentare, definito Anoressia nervosa.

Quando io la conosco, si nutre con fatica, ingerisce pochissimi cibi solidi la madre deve frullarle i cibi, infatti ha sempre con sé una bottiglia d’acqua a cui attinge di tanto in tanto.

Elisa ha un intenso timore di acquistare peso, si rifiuta di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale.

Presenta un’alterazione dell’immagine corporea (nel senso che lei non si vede come la vediamo noi dall’esterno, ha una percezione distorta del suo corpo) e presenta un altro sintomo tipico, l’amenorrea ossia l’interruzione del ciclo mestruale. Elisa inoltre è in una fase regressiva: il suo corpo è quello di una bambina, la sua voce è infantile, assume solo cibi tagliuzzati in mille pezzi o addirittura frullati, dorme a letto con la madre, non ha neppure una camera sua. Presenta inoltre sintomi depressivi, umore depresso, ritiro sociale (ha finito la Scuola superiore ma non sa ancora cosa farà da grande. Non ha progetti, iniziative, idee, stimoli).

E’ come congelata in quella casa, la sua casa, l’unico ambiente che la fa sentire al sicuro. Un ambiente che da un lato appare sicuro, dall’altro diventa una prigione.

Elisa non si muove mai da sola, deve sempre essere accompagnata ovunque: la madre e il padre, a turno, si ocupano di lei, non la si può mai lasciare da sola perché ha livelli di ansia molto forti.

In questi casi è spesso presente un evento della vita stressante, come la fine degli studi, lasciar casa per andare all’Università, in collegamento con l’esordio del disturbo del comportamento alimentare.

Nel caso specifico di Elisa, la fine della scuola superiore e il dover confrontarsi col mondo esterno, l’idea di un eventuale spostamento per seguire l’Università, il cammino verso la crescita e l’autonomia, hanno scatenato questa reazione regressiva.

In questo caso, la domanda che il Tearpeuta si pone è: cosa impedisce a questa ragazza di 23 anni di crescere? In quale gioco di alleanze è intrappolata? Questo approccio alla patologia sposta l’attenzione dal cibo (il cibo è solo il manifestarsi del problema, è solo il sintomo) alla struttura familiare ed allo stile interattivo. Scopo è trovare modalità relazionali alternative per permettere alla paziente di abbandonare il comportamento disturbato, dato che le condizioni che lo rendevano “necessario” sono venute a mancare.

La famiglia di Elisa è una famiglia molto invischiata, iperprotettiva, dove c’è un alto livello di confusione su “chi accudisce chi”. Elisa è stata coinvolta, fin da piccola, nel gioco genitoriale, nel tragico gioco delle alleanze, un’alleanza tra due membri vissuta come un tradimento rispetto agli altri. Era intrappolata nel gioco di alleanze richieste prima dalla madre e poi dal padre e appare costretta in una posizione difficile, bloccata, che le impedisce di crescere e di spostarsi, di spostarsi da lì in mezzo, di spostarsi dal letto geniotriale.

Le difficoltà coniugali dei suoi geniotri, la mancanza di comunicazione, l’evitamento del conflitto, nel corso degli anni, hanno fatto sì che tutte le attenzioni convergessero su Elisa: guardare Elisa, guardare attraverso Elisa, diventa un modo per non guardarsi mai in faccia!

Questo diventa pericoloso quando Elisa cresce, da bambina, diventa adolescente e fa il suo normale percorso di crescita, di uscita verso il mondo esterno.

Ma questa sua crescita lei la percepisce come un pericolo per l’equilibrio della famiglia. Le anoressiche “sacrificanti” si sentono vittime di una situazione impossibile rispetto alla quale la malattia è l’unica via d’uscita. La propria dolorosa espiazione consente a loro e agli altri familiari la sopravvivenza. Questo porta a percepirsi importanti ed a trarre dalla situazione una serie di “vantaggi secondari” (attenzioni, conferme, protezione) il tutto a scapito di sé e della propria crescita; blocca tutti in una situazione omeostatica in cui nessuno si può spostare (è come un castello di carta).

Il percorso terapeutico che ho fatto con questa famiglia è stato quello di lavorare prima con Elisa, che pian piano ha preso consapevolezza di sé, del suo ruolo, del suo blocco, per poi passare ad un coinvolgimento di tutta la famiglia, per permettere a ciascuno di portare nello spazio della terapia i propri vissuti per poter finalmente guardare oltre Elisa, guardarsi. La stanza della Terapia diventa la fotografia della famiglia: 3 sedie occupate da papà, Elisa e la mamma …

Spostiamo Elisa da quella sedia: la sedia che blocca la sua crescita, che blocca la comunicazione tra i genitori. Modifichiamo così le posizioni: togliamo Elisa dalla posizione di “terzo incomodo in mezzo ai geniotri”. Da un punto di vista metaforico questa nuova struttura familiare mette Elisa fuori dalle vecchie dinamiche e permette ai coniugi di parlarsi!

Da ora in avanti si aiuterà la famiglia a dare nome e congnome alle proprie problematiche e nel contempo si assiste allo svincolo di Elisa.

Finchè Elisa non si sente sicura che i suoi genitori sapranno cavarsela anche senza di lei, non si permetterà mai di lasciare il suo posto.

Nel corso della Terapia ho assistito alla crescita di Elisa: il suo corpo un po’ alla volta ha acquistato delle forme, un corpo con cui si è messa in relazione con i suoi coetanei. La sua voce infantile e stridula è diventata la sua risorsa, si è iscritta ad una scuola di musica per fare ciò che ama ed imparare a cantare!

Questo è solo un caso, la storia di una famiglia per far capire la complessità che sta dietro un sintomo, per poter osservare come spostando l’attenzione dal cibo, il nuovo punto di vista ci porta a stare uno di fronte all’altro, a guardarci negli occhi e ad osservare la complessità e l’ampiezza del nostro scenario di vita.

Viviamo in un mondo di relazione così, come la vita è relazione, la patologia è relazione. Di qui l’importanza dell’integrazione tra approccio medico e psicologico e tra approcci terapeutici diversi.

Infatti lo Studio EOS è nato come equipe, come integrazione tra professionisti con approcci teorici differenti, proprio per rispondere a questo tipo di domanda.

D.ssa Bortoletto Manuela

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